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Comune di Castiglion Fibocchi
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Posta a 525 metri di altitudine, la Big Bench offre un punto di osservazione privilegiato. Sedendosi sulla panchina e guardando davanti a sé, proprio sotto si scorge il profilo compatto del borgo di Castiglion Fibocchi, con i suoi tetti rossi e le chiese in pietra. Più in fondo, si apre la conca urbana di Arezzo, riconoscibile nei giorni limpidi. Alla destra si estende la vista verso la Val di Chiana e il basso Valdarno, mentre alla sinistra si intravede l’ingresso della valle del Casentino, con le prime dorsali boscose che salgono verso il Pratomagno.
Fermarsi qui è fortemente consigliato: è un’occasione per godere di un panorama ampio e stratificato, che racconta la geografia fisica e storica del territorio. L’installazione è raggiungibile anche in auto, seguendo le indicazioni stradali per Gello Biscardo e poi per la Big Bench, lungo un tratto finale sterrato ma percorribile.
Benvenuti nell’Itinerario 3. Questo percorso si sviluppa fuori dal centro storico di Castiglion Fibocchi, lungo un itinerario che unisce paesaggio, archeologia e memoria popolare. È ideale per chi desidera immergersi in una dimensione più ampia e naturale, esplorando i dintorni del borgo tra crinali panoramici e piccoli nuclei abitati di antica origine. L’itinerario collega, infatti, le alture a monte del paese con il borgo montano di Gello Biscardo, attraversando ambienti rurali di grande suggestione.
La prima tappa è la Big Bench n. 111, installata nel 2020 nell’ambito del progetto internazionale Big Bench Community Project, che promuove il turismo lento e l'esperienza paesaggistica attraverso panchine giganti collocate in luoghi panoramici. La panchina di Castiglion Fibocchi è gialla, un omaggio alla fioritura delle ginestre che in primavera e inizio estate accendono di luce le pendici del Pratomagno, nonché a uno dei panorami più caro ai castiglionesi.







Proseguendo lungo il sentiero in direzione est, si attraversa un breve tratto tra uliveti e boscaglia: in pochi minuti si raggiungono i ruderi della Pieve di San Quirico in Alfiano, seconda tappa dell’itinerario.
La seconda tappa dell’itinerario conduce a uno dei luoghi più antichi e significativi dell’intero territorio: i ruderi della Pieve di San Quirico in Alfiano. Immersa nella vegetazione, in posizione isolata ma strategica, la pieve rappresenta una delle più antiche testimonianze della presenza cristiana nel Valdarno Superiore.
Le fonti documentarie ne attestano l’esistenza già nel 1099, ma le campagne di scavo archeologico condotte tra il 2013 e il 2016 hanno messo in luce resti ancora più antichi, riferibili a una prima chiesa altomedievale (fine VIII – inizio XI secolo). La pieve, ricostruita nel XII secolo con impianto romanico, rimase attiva per alcuni secoli, servendo una vasta area circostante e svolgendo un importante ruolo spirituale e amministrativo, con ben sei chiese suffraganee sotto la sua giurisdizione.
Oggi, tra le piante che riconquistano il sito, sono ancora visibili porzioni delle murature originarie, due monofore romaniche, e la base di una cisterna liturgica. Alcuni reperti lapidei e oggetti liturgici e domestici rinvenuti durante gli scavi sono esposti presso la sala espositiva allestita all’interno del Palazzo delle Ex-Stigmatine, nel centro di Castiglion Fibocchi.
Nel tempo, la pieve fu lentamente abbandonata: nel XV secolo perse la funzione battesimale a favore della chiesa di San Pietro a Pezzano e fu trasformata prima in abitazione rurale, poi in ricovero per animali. A metà del Novecento, il sito risultava completamente in rovina.
Oltre al valore storico, la pieve mantiene anche un significato affettivo per la comunità: fino agli anni Settanta, durante la Settimana Santa, era meta di processioni e momenti di raccoglimento. Ancora oggi, chi visita questi resti può percepire il senso di sacralità e continuità che il luogo restituisce.



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Dal sito della pieve si prosegue seguendo il sentiero verso nord-est, lungo un tratto di bosco e campagna. In circa 20-30 minuti si giunge all’abitato in pietra di Gello Biscardo, terza tappa dell’itinerario.
Adagiato a circa 600 metri di altitudine sul versante sud del Pratomagno, Gello Biscardo è un piccolo borgo in pietra di origine medievale, un tempo castello fortificato appartenuto alla famiglia Ubertini. La sua posizione panoramica, la struttura compatta e la qualità architettonica lo rendono oggi uno dei nuclei rurali meglio conservati del territorio castiglionese.
Le abitazioni in pietra, le scalinate esterne, i tetti spioventi e le strette viuzze lastricate testimoniano un’antica vita comunitaria legata all’agricoltura di montagna, al lavoro nei boschi e a piccole attività artigianali. Nonostante lo spopolamento avvenuto nel secondo dopoguerra, Gello ha mantenuto una forte identità culturale, oggi valorizzata da interventi di recupero e iniziative di promozione locale.
L’origine del nome “Gello” è riconducibile al latino Agellum, diminutivo di ager (“campo”), con il significato di “piccolo podere” o “terreno coltivato”, tipico di insediamenti rurali già attivi in epoca romana o altomedievale. L’appellativo “Biscardo” viene probabilmente aggiunto in epoca successiva per distinguere questo Gello da altri omonimi presenti in Toscana. Secondo alcune fonti, potrebbe derivare da un antico nome personale germanico (forse Bisc(h)ardus), usato come identificativo di una famiglia o di un proprietario del luogo. Il toponimo completo compare già nei catasti e documenti del basso medioevo.
Particolarmente originale è il patrimonio immateriale legato al borgo: una serie di racconti e leggende popolari, ironici e surreali, che vengono tramandati da generazioni. Alcuni di questi sono oggi affissi sulle mura delle case, in un percorso spontaneo che consente al visitatore di scoprire il paese anche attraverso le sue storie.
Tra i racconti più noti si ricorda La luna nel pozzo, in cui gli abitanti, scambiando il riflesso lunare per la luna stessa, cercano di “salvarla” con corde e bastoni. Oppure La causa al sole, che narra il processo simbolico intentato dagli abitanti contro il sole per averli fatti sudare troppo. O ancora Le uova dell’asina, che nasce dal ritrovamento di una pietra levigata scambiata per un uovo prodigioso. Sono storie che mescolano ingenuità, ingegno e comicità, espressione di una visione del mondo fuori dagli schemi, affettuosamente attribuita ai cosiddetti “matti di Gello”.
Il borgo è oggi frequentato da escursionisti, camminatori e amanti dei piccoli centri di montagna. Passeggiare tra le sue vie significa entrare in un mondo dove la realtà e la fantasia convivono, e dove la semplicità diventa racconto.
Questa tappa conclude l’Itinerario 3. Il percorso ha condotto tra colline, antiche pievi, panorami aperti e storie di paese. Se si è scelto di iniziare l’esplorazione da qui, si consiglia ora di completare la visita percorrendo anche gli altri due itinerari tematici








Itinerario 1 – Il Carnevale e i segreti del borgo: ai segreti del centro storico: un viaggio nella storia e nelle tradizioni del centro storico.
Itinerario 2 – Passato, presente e futuro lungo la Setteponti: tra pievi romaniche, architetture rurali e suggestioni artistiche contemporanee.
